Per amore e per coscienza: l’italiano che non si voltò indietro in Rwanda

Pierantonio_CostaParliamo sempre di donne che si sono distinte per le loro iniziative e che, in qualche modo  hanno dato un loro contributo per lo sviluppo dell’Africa, ma stavolta è un uomo a conquistare la nostra ammirazione. Lui si chiama Pierantonio Costa ed è un Console ed imprenditore che durante il terribile genocidio avvenuto in Rwanda  ha salvato ben 375 bambini, rischiando la sua stessa vita.

Il Console Costa nasce in Italia, nel 1939, a Mestre, intraprendendo i suoi studi a Vicenza e a Verona. A quindici anni comincia la sua avventura africana, andando a vivere da suo padre, immigrato nello Zaire. Quasi trent’anni dopo affronta la sua prima emergenza umanitaria, a Bukavu; con alcuni suoi fratelli, porta in salvo i profughi congolesi fuggiti dalla guerriglia, oltrepassando il fiume Kivu. E’ a seguito della rivoluzione mulelista che Pierantonio si traferisce in un Rwanda che ha appena ottenuto l’indipendenza, nel 1965, dove si innamora di Mariann, una donna originaria della Svizzera che con lui crescerà i loro tre figli. Pierantonio, grazie alle sue qualità carismatiche da leader, ha avviato quattro imprese di successo ed è stato per quindici anni Console italiano in Rwanda.

 

genocidio-ruandaL’inaccettabile massacro 

Nel 1994 cento giorni di genocidio hanno messo in ginocchio il Rwanda e Pierantonio Costa decide di mettere a completa disposizione tutti i suoi mezzi, tra cui il capitale che dispone ed il suo ruolo diplomatico, esponendosi pericolosamente in prima persona per salvare quante più persone possibili dal massacro. Lo fa trasferendosi in Burundi, presso uno dei fratelli, facendo continue traversate tra i due Paesi mettendo in salvo innanzitutto gli italiani e successivamente i Rwandesi, tra cui 375 bambini. Spendendo circa tre milioni di dollari del suo capitale e rischiando la vita, salva, a questo modo, quasi 2.000 persone.

Lo scrupoloso calcolo del rischio

“Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche, e sempre nello stesso posto, avrei messo banconote da 5.000 franchi rwandesi (corrispondenti a 20 euro circa), da 1.000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto ad estrarre la cifra giusta senza dover contare i soldi: la mancia deve essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi” Il Console racconta le sue gesta eroiche nella sua biografia “La lista del console” e continua: “Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane”.  L’imprenditore mette così a disposizione ogni suo bene per salvare l’umanità, correndo dei rischi immani.

20120523-IMG_4545_01Un onore italiano  

Egli stesso non si definisce un missionario, ma dichiara di aver agito secondo coscienza, di aver semplicemente fatto ciò che si doveva fare. L’uomo, invece, è protagonista di un’impresa eroica, che gli è valsa la medaglia d’oro al valore civile, la candidatura al Nobel per la Pace nel 2010 e un albero e un cippo nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.

La sua incredibile generosità rende onore all’Italia,  per la sua rappresentanza all’estero, lasciando emergere la qualità profonda dell’anima degli italiani che si offrono in soccorso dei meno fortunati.

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