Somalia: il peggior posto per essere donne, madri e adolescenti

La Somalia è stata nominata come il posto peggiore per essere madri secondo l’annuale report stilato da Save The Children:

“I luoghi di conflitto in cui il benessere delle madri e delle figlie va sempre riducendosi […] il peggior posto al mondo per essere madri è la Somalia, seguito da una lunga lista di paesi dell’Africa subsahariana” recita Matteo Guadagnino, della divisione programmi internazionali dell’organizzazione.

Due decadi di guerra civile hanno indebolito il paese, le strutture educative, i servizi medico sanitari e portato a situazioni di estremo pericolo e disagio in particolare per donne.

Tra i peggiori nella classifica:

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“La cultura dell’impunità”

A questi problemi se ne aggiungono poi altri, come ad esempio l’incremento delle violenze sessuali verso giovani donne. Secondo il rapporto di Human Rights Watch (2013), si stima che almeno un terzo delle vittime di violenze sessuali abbia meno di 18 anni.
Ma il dato più preoccupante del report è che in Somalia tali violenze vengono considerate come una fatto “normale”, e questo a causa della diffusione di una “cultura dell’impunità”.

Tanti anni di guerra hanno finito per legittimare certi comportamenti che non hanno trovato riscontro in pene certe e severe. In secondo luogo, tali crimini vengono considerati come “crimini contro la morale” piuttosto che crimini “conto la persona”.
Questo porta ad un ulteriore stigmatizzazione del problema, lasciando spesso le vittime sole e moralmente distrutte.

(CC) UN Photo / Stuart Price

(CC) UN Photo / Stuart Price

Quali possibili soluzioni ?

In primis la messa in opera di azioni volte a cambiare le attitudini culturali esistenti degli uomini e delle donne circa i loro ruoli, attraverso la sensibilizzazione e il coinvolgimento attivo di una larga parte delle istituzioni e la predisposizione di servizi supporto sanitario e psicologico rivolti a donne che hanno subito tali violenze.

Per spezzare il senso di isolamento e abbandono che circonda le vittime di violenza però, è fondamentale pensare anche ad un pieno reinserimento all’interno della società. Questo può avvenire solo attraverso l’educazione e la partecipazione alle attività economiche.

Possiamo testimoniare in prima persona le enormi ricadute positive che queste attività apportano alle donne coinvolte e al tessuto sociale circostante. Lo abbiamo visto ad esempio in Costa d’Avorio, dove insieme all’Associazione SoleTerre sono state recuperate 28 ragazze vittime di violenze e, attraverso progetti di formazione professionale, avviate al lavoro.

I risultati sono stati estremamente positivi. Siamo sicuri che la strada da seguire sia questa.

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