12/03/2009
Alitalia Ulisse - marzo 2009
Rita Levi-Montalcini, premio Nobel e orgoglio della cultura italiana, racconta le sue esperienze, i passi più importanti della sua vita e l'amore per i viaggi
Geniale, ribelle, anticonformista, femminista nel senso più vero del termine, la signora Rita Levi-Montalcini risponde alle domande di Ulisse con lo stesso piglio che l’ha portata a studiare tutte e forme del mondo per svelarne agli altri ogni segreto, facilitando la vita di ognuno di noi. Premio Nobel per la medicina nel 1986, festeggia quest’anno cent’anni della sua esistenza, quasi tutti trascorsi a studiare. Senza che la voglia di imparare si sia mai affievolita.
Per tutti questi motivi è un piacere starla ad ascoltare.
Cento anni di vita, come li riassume? “Sono nata in un periodo vittoriano. Mio padre, ingegnere che aveva sorelle matematiche e letterate, riteneva che non si fossero realizzate come mogli e madri, avendo tentato di conciliare la loro carriera con il ruolo di madri di famiglia. Per questo motivo quando decisi di iscrivermi alla facoltà di Medicina all’Università di Torino non approvò la mia scelta. Secondo lui la carriera di medico era molto lunga e non adatta ad una donna. Ne ho sofferto molto ed è stato l’unico momento in cui essere donna mi è sembrata una sgradevole realtà. C’è stata poi da parte mia una pacata ribellione quando dissi a mio padre che non desideravo essere né moglie né madre, volevo dedicarmi esclusivamente alla medicina, volevo essere indipendente e il matrimonio richiedeva sacrifici che non avrei sopporto. A quel punto mio padre disse che se quello era il mio desiderio non me lo impediva , pur avendo molti dubbi sulla mia scelta. Una volta inserita nel mondo accademico non ho avuto alcun problema in quanto donna. I soli problemi che sono sopravvenuti sono stati quelli conseguenti alla promulgazione delle leggi razziali. Durante quel periodo non sono mai stata pessimista: chi è pessimista è sconfitto in partenza. Bisogna affrontare la vita con coraggio e totale disinteresse della propria persona. Mai occuparsi di noi stessi, ma essere interessati a quello che ci circonda. Bisogna pensare agli altri o a quanti hanno un disperato bisogno di aiuto, come le popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Nella mia vita l’aiuto al prossimo ha avuto priorità su tutto, ancora più delle scoperte scientifiche”
La Fondazione Rita Levi-Montalcini Onlus, da Lei creata, ha rilasciato 6.500 borse di studio alle donne africane: racconti la sua emozione per questo successo.
“Ho sempre pensato che una delle maggiori problematiche che gravano sulle popolazioni in via di sviluppo, in particolare nel continente africano, sia il mancato accesso all’istruzione alla quasi totalità delle donne. La negazione di questo diritto è la prima causa delle tragiche condizioni nelle quali vivono, che si riflettono sull’intera famiglia e società. La Fondazione, che ha come scopo il sostegno all’istruzione, da quella elementare alla formazione universitaria e post universitaria, a tutt’oggi ha erogato 6.500 borse di studio a bambine e ragazze nei vari Paesi africani dall’Etiopia al Senegal, dal Madagascar al Kenya, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Eritrea e ancora in altri. Tutti i progetti sostenuti dalla Fondazione hanno dato ottimi risultati: ricevo centinaia di lettere entusiaste da ragazze grate della possibilità di avere avuto accesso agli studi. Spero vivamente che entro la fine di questo anno si possa arrivare a raggiungere la cifra di 10.000 borse di studio”.
Come è cambiata la donna in questi cento anni?
“Negli anni Trenta del secolo passato su cento studenti di sesso maschile soltanto cinque studentesse erano iscritte al mio corso di laurea. Oggi il numero delle studentesse iscritte alle facoltà di Biologia e Medicina è alla pari e in molti casi supera gli iscritti dell’altro sesso. Una situazione, questa, che si riscontra soltanto nei Paesi ad alto sviluppo scientifico e tecnologico. Attualmente le donne, in particolar modo nel settore sociale, stanno dando un notevole contributo, ma la loro partecipazione in tutti i campi è ancora limitata. Come nel passato siamo ancora governati da una oligarchia prevalentemente maschile, mentre si dovrebbe dare alle donne quello spazio che è stato loro sempre negato. Sono convinta che sarebbe di enorme importanza avvalersi del contributo femminile per affrontare i problemi del XXI secolo. Le donne hanno dimostrato straordinarie capacità nell’affrontare problemi di estrema urgenza, superando difficoltà burocratiche e contrapponendosi con coraggio a dogmi secolari”.
I suoi libri, come nascono?
“Sin da giovanissima ho sempre pensato alla possibilità di elaborare manoscritti. Negli anni passati, quando non avevo problemi di vista, potevo documentarmi sulla tematica da trattare, ma dagli anni Novanta mi assiste e collabora con me la mia cara amica Giuseppina Tripodi che ha recentemente pubblicato la Clessidra della mia vita, alla quale io stessa ho preso parte”.
Ce ne parli, allora. Sia de La clessidra della vita di Rita Levi-Montalcini sia de Le tue antenate
“Nella Clessidra Giuseppina ha ricostruito il mio lungo percorso raccontando particolari inediti. Ha scritto del mio rapporto con i giovani, con la scienza e con l’etica nella ricerca. Ha ricostruito, in definitiva, il mio pensiero, la mia intuizione nella scoperta che mi ha portato nel 1986 a Stoccolma e la mia speranza per il futuro del mondo. Nel libro Le tue antenate, scritto insieme a Giuseppina, ho voluto raccontare di 70 donne, esempi eccezionali di emancipazione, che in ogni tempo, dall’Era cristiana fino al Novecento, hanno dovuto lottare contro il maschilismo. Periodi storici nei quali l’appartenenza al genere femminile era considerata un impedimento a qualsiasi tipo di sviluppo intellettuale. L’apporto femminile, nella pluralità dei casi, non è stato mai riconosciuto, semmai veniva attribuito all’influenza dei padri, dei fratelli o dei mariti”.
La signora Tripodi ha collaborato con grande amore nei suoi progetti, è qualcosa di più di un cosiddetto “braccio destro”?
“Sono circa quaranta anni che Giuseppina Tripodi collabora con me e sin dall’inizio della nostra conoscenza ha rivelato l’attitudine alla visione prospettica di quanto, giorno per giorno costituiva il mio operato. L’intensa collaborazione al mio fianco nella promozione dell’istruzione a favore delle giovani donne africane, la vede impegnata a tutto campo verso nuovi traguardi, in qualità di Consigliere Delegato della Fondazione che porta il mio nome”. Ama viaggiare?
“Si, mi è sempre piaciuto viaggiare. Durante la mia vita, la partecipazione a vari convegni scientifici mi ha dato l’opportunità di visitare molti paesi in ogni parte del mondo, cosa che continuo a fare ancora oggi”.
Daniele Macchi
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